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da EdicolaWeb.Tv del 2 marzo 2021

 

Considerato uno dei maggiori scrittori danesi del Novecento e premio Nobel per la letteratura, Johannes V. Jensen (1873-1950) è poco conosciuto e valorizzato in Italia. L’occasione per apprezzare il suo talento letterario arriva ora grazie a Carbonio editore, che manda in libreria la prima traduzione italiana del romanzo La caduta del re, curata dallo studioso di letterature nordiche Bruno Berni.

Si tratta di uno dei primi libri di Jensen, scritto a 28 anni, la cui lettura si associa però direttamente alla motivazione del Nobel, assegnato nel 1944 allo scrittore ormai 71enne, «per la rara forza e fertilità della sua immaginazione poetica, dotata di una curiosità intellettuale e uno stile sorprendente per la sua freschezza originale».

Un po’ romanzo storico, un po’ romanzo di formazione La caduta del re si fa apprezzare maggiormente proprio per le vivide descrizioni della natura e dei paesaggi danesi, per i particolari con cui descrive la città di Copenaghen e i suoi abitanti, e per gli immaginifici quadri che apre sulle vicende di alcuni dei personaggi del libro.

Lo sfondo storico è costituito dalla parabola di Cristiano II (1481-1559) re di Danimarca, Norvegia e Svezia. Il sovrano non fu in grado di mantenere l’unità dei tre regni che risaliva all’Unione di Kalmar del 1397 e si macchiò dell’uccisione di 82 tra notabili e cittadini svedesi, passata alla storia come il «Bagno di sangue di Stoccolma». Nel 1532 Cristiano II fu deposto ed imprigionato nella fortezza danese di Sonderborg dove rimase fino alla morte.

Il quadro di Bloch

L’ispirazione per scrivere l’opera venne a Jensen dal quadro del pittore Carl Bloch che ritrae il re prigioniero nel castello dove, secondo la leggenda, «girava inquieto e senza sosta intorno al tavolo tondo, fino a creare con il dito un solco sul piano di legno».

Nella tela del 1871 dietro a Cristiano II compare un servitore che, nella fantasia di Jensen, diviene il secondo personaggio centrale del romanzo, Mikkel Thogersen.

La parabola della vita di Mikkel si snoda parallelamente a quella sovrano. «Dalla gioventù da studente a Copenaghen alla morte nelle stanze in cui il re è prigioniero – scrive Bruno Berni nell’introduzione a La caduta del re – Mikkel diviene il testimone della disperata storia danese di un’intera generazione.

La produzione di Johannes V. Jensen successiva a La caduta del re, spazia tra saggi, racconti, poesie e traduzioni, tra i quali spiccano i sei romanzi riuniti sotto il titolo de Il lungo viaggio (1908-1922) e i nove volumi dei Miti (1907-1944), prose brevi che, attinte dalla vita quotidiana e dalle numerose esperienze di viaggio, rappresentano nodi dell’esistenza dal valore simbolico.

Tra le mete dei numerosi viaggi compiuti troviamo anche gli Stati Uniti che ispirarono allo scrittore la lunga poesia Alla stazione di Memphis e due romanzi Madame d’Ora e La ruota, nei quali la vita frenetica delle metropoli americane contrasta con la tranquilla atmosfera della campagna danese.

Johannes V. Jensen e Knut Hamsun

La descrizione delle atmosfere della vita negli States accomuna Johannes V. Jensen ad un altro Nobel nordico, il norvegese Knut Hamsun (1859-1952), che ricevette il prestigioso riconoscimento nel 1920.

Ma se Hamsun guardava con occhio critico la società americana, della quale scrisse nel libro Dalla vita spirituale dell’America Moderna del 1889, Jensen ne era invece affascinato.

I due scrittori, che si conoscevano e si frequentarono in Norvegia, avevano però in comune l’amore per le bellezze dei paesaggi nordici, narrate mirabilmente da Johannes V. Jensen nelle pagine de La caduta del re, come nel brano in cui lo scrittore descrive il cielo danese nei due momenti in cui il sole raggiunge la massima declinazione:

«Al solstizio d’estate quando il sole è al massimo e tutto arde in silenzio, accade che a mezzogiorno giunga dal sud una luce dal cielo; nel bianco calore del giorno passano sprazzi ancora più bianchi. Proprio sei mesi dopo appare lo stesso spirito, quando il fiordo è bloccato dal ghiaccio e il Paese coperto di neve. Di notte le crepe attraversano da una parte all’altra lo strato di giaccio del fiordo, riecheggiano forti colpi, come ruggiti di un essere impazzito».

Vincenzo Fratta

 

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